C'è una cosa che le aziende fanno tutti i giorni, che non costa niente farla e che quasi nessuno fa.
Rispondere.
Non nel senso di dare una risposta positiva. Nel senso letterale: far sapere a chi si è candidato che la sua candidatura è stata vista, e che la ricerca è andata in un'altra direzione.
Sembra un dettaglio di buone maniere. È una delle voci di costo più alte che un'azienda si porta dietro, e non compare in nessun bilancio.
Il silenzio sembra gratis
Capisco perfettamente da dove nasce. Su una posizione arrivano centinaia di candidature. Rispondere a tutte sembra un lavoro a sé, che nessuno ha il tempo di fare, per un beneficio che non si vede.
Il silenzio non produce reclami: produce una cosa più lenta e più difficile da collegare alla causa.
Tre cose che succedono quando non rispondi
La prima. La persona che non riceve risposta non impara che quella posizione non era per lei. Impara che le aziende non rispondono. Il che significa che la prossima volta che sei tu a scriverle, magari a distanza di due anni, magari per una posizione che stai faticando a coprire, parti da una diffidenza che non ti sei guadagnato con quel messaggio, ma con quello precedente.
La seconda. Il candidato scartato oggi è il collega, il cliente o il responsabile di domani. In mercati verticali le persone si incontrano più volte nell'arco di una carriera. Chi lavora nel tuo settore ha una memoria lunga proprio perché il settore è piccolo.
La terza, la meno evidente. Il silenzio si racconta. Non nelle recensioni ufficiali: nei gruppi, nei messaggi, nelle chiacchiere tra colleghi. E arriva esattamente alle persone che vorresti attrarre, perché sono quelle che parlano tra loro.
Poi capita di trovarsi in riunione a chiedersi perché sia diventato così difficile trovare candidati, quando due anni prima si è deciso che rispondere non valeva il tempo.
"Non abbiamo il tempo"
È l'obiezione vera, e va presa sul serio.
Ma quasi sempre nasconde una convinzione diversa: che rispondere significhi scrivere a ciascuno una motivazione personalizzata. Non è così, e nessuno se lo aspetta.
Quello che le persone chiedono è molto meno: sapere che il processo è finito. Che possono smettere di controllare la posta. Che non stanno aspettando qualcosa che non arriverà mai.
Un messaggio uguale per tutti, di tre righe, mandato in blocco alla chiusura della ricerca, copre il novanta per cento del problema. Sono dieci minuti a selezione.
Il restante dieci per cento, quelli arrivati fino al colloquio finale, meritano una telefonata o due righe scritte a mano. Sono cinque persone, non cinquecento.
Cosa vuol dire rispondere davvero
Ci sono tre momenti, e ognuno costa poco.
- Alla ricezione. Una conferma automatica che dica anche entro quando avranno notizie. Costa zero: si imposta una volta.
- Alla chiusura della ricerca. Il messaggio in blocco. Chiaro, senza formule vuote, senza "terremo il suo profilo in evidenza" se non è vero.
- Dopo un colloquio. Qui il messaggio standard non basta, ed è l'unico punto in cui serve tempo vero. Una persona che ha preso mezza giornata di ferie, si è preparata e ti ha raccontato la sua storia merita di sapere perché la scelta è caduta altrove. Due righe oneste valgono più di dieci di circostanza.
La reputazione si costruisce con chi non assumi
Le aziende investono in employer branding: video, pagine carriere, post sulla cultura interna.
Poi lasciano senza risposta trecento persone che con quell'azienda hanno avuto l'unico contatto reale della loro vita.
Quelle trecento persone hanno un'opinione su di te. L'hanno costruita non su quello che racconti, ma su come ti sei comportato quando non avevi niente da guadagnare.
In oltre vent'anni di questo mestiere ho visto cambiare quasi tutto: i canali, gli strumenti, il modo di cercare le persone.
Non è cambiata la cosa che fa la differenza più grande, e costa meno di tutte le altre.
Rispondere. Anche un no. Anche in ritardo. Anche a chi non prendi.
